Un anno fa, il 20 novembre 2009, la Sezione Toscana dell’Istituto Italiano dei Castelli (ONLUS) organizzava la conferenza dal titolo Architettura sacra precolombiana in Messico tenuta da Laura Pederzoli nella sede storica dell’Osservatorio Ximeniano a Firenze.
L’area Mesoamericana (dal Messico fino alle Ande) è stata culla delle civiltà precolombiane. Tra le più importanti che hanno abitato l’attuale Messico (approssimativamente dal 1800 a.C. ca. fino all’arrivo dei Conquistadores nel 1521) troviamo l’Olmeca, detta anche Cultura Madre; la civiltà Maya, durata ben 3000 anni; la Tolteca e la Mexica, da noi conosciuta come Azteca e dalla quale deriva il nome dell’attuale Repubblica Federale Messicana.
Queste civiltà hanno condiviso non solo il culto per la stessa divinità: il Serpente Piumato, chiamato Quetzalcoatl (ossia uccello-serpente con piume di Quetzal) o Kukulkán (dai maya) ma anche tradizioni, arte e stili architettonici. Lo si osserva bene a Teotihuacán, la città-stato e centro religioso più grande del Messico antico situata nella Valle del Messico non lontana dalla capitale. Governata probabilmente da re-sacerdoti e per questo non fortificata, raggiunse quasi 200.000 abitanti al suo apogeo nel 150 - 450 d.C. Si parla spesso di Cultura di Teotihuacán per indicare un fenomeno unico di convivenza pacifica tra culture perché la città fu abitata contemporaneamente dalle civiltà suddette e gli Aztechi le dettero l’attuale nome che significa il luogo dove gli uomini diventano Dei. Il recinto sacro della città, dunque, è un esempio unico di architettura precolombiana. Tagliato dal cosiddetto Viale dei Morti è delimitato da basamenti di altari realizzati con un tipico sistema architettonico nato proprio qui nel III sec d.C. e in seguito adottato - con varianti - in quasi tutte le strutture piramidali del Mesoamerica: il Talud-Tablero e le Alfardas. Questo sistema costruttivo consiste nell’alternare al corpo inclinato della piramide (talud) unità orizzontali sporgenti (tableros) producendo, così, un gioco di luci ed ombre interrotto solo dalle rampe lisce (alfardas) che proteggono le scalinate dell’edificio. A prima vista questo sistema costruttivo può ricordare la piramide cosiddetta “a gradoni” di Gioser (2680 - 2660 a.C.) in Egitto. In realtà, Imhotep, il suo architetto, adottò una soluzione differente realizzandola con la sovrapposizione di sei mastabe: le tombe di forma tronco-piramidale ad un solo “gradone” utilizzate durante le prime fasi della civiltà egizia. Parlando di piramidi, le più famose di Teotihuacán sono la cosiddetta Piramide della Luna (ca. 300 d.C.) costruita in fasi successive perchè ogni 52 anni, per ciclicità del calendario legato a motivi religiosi, era uso rinnovare i monumenti inglobando con il nuovo la parte più vecchia e la più antica e grande Piramide del Sole (ca. 100 d.C.) costruita, insolitamente, in una sola volta. Quest’ultima è la terza piramide al mondo per grandezza ma la sua cima è perfettamente allineata con quella della più piccola Piramide della Luna costruita appositamente su un’altura. La Piramide del Sole ha caratteristiche molto particolari per essere una costruzione precolombiana e per questo è l’unica ed essere paragonata alla Piramide egizia di Cheope nella Piana di Giza. Entrambe, infatti, oltre ad avere lo stesso perimetro di 225 m di lato (anche se la piramide del Sole è alta la metà di Cheope), utilizzano il rapporto aureo e hanno le pareti lisce. Inoltre la scala che ora vediamo nella Piramide del Sole, probabilmente in origine non c’era: fu realizzata durante il restauro azzardato di Leopoldo Batres nel 1910 in occasione del centennale dell’Indipendenza del Messico. Tuttavia, è la funzione dell’edificio a rendere differente la tipologia costruttiva. Le piramidi mesoamericane sono “edifici per i vivi”, costruiti nei nuclei delle città come parte integrante di un percorso sacro. Per questo sono accessibili con scale e terrazze per raggiungere il Tempio dedicato alla divinità. Le piramidi egizie invece sono, in genere, “costruzioni per i morti” edificate lontano dai centri abitati, inaccessibili ai vivi e la cui forma non denuncia la funzione. Una caratteristica che accomuna la piana di Giza al recinto sacro di Teotihuacán è l’orientamento astronomico: quest’ultimo è una riproduzione esatta del sistema solare. Si pensa che il Viale dei Morti - rappresentante la via Lattea - fosse addirittura uno specchio d’acqua nel quale si riflettevano gli edifici (intonacati e dipinti di rosso e giallo poi lucidati con un gel ricavato dal Cactus Nopal) e le piramidi ricoperte da splendente mica dorata. La Piana di Giza è una riproduzione esatta della Cintura di Orione e il fiume Nilo, che una volta scorreva sotto le piramidi, era la Via Lattea.
Scendendo a sud, inoltrandoci in Chiapas e poi nella penisola dello Yucatan, incontriamo la civiltà Maya vissuta in un territorio vastissimo esteso per circa 300.000 kmq con condizioni climatiche e ambientali molto diverse tra loro (con foreste tropicali, sierre aride, alte montagne e fasce costiere). Famosi per la scrittura (con glifi fonetici e ideografici), la matematica (conoscevano lo zero prima degli indiani e la numerazione era vigesimale) e l’astronomia (calcolavano e prevedevano le eclissi di Sole e i cicli della Luna e di Venere) i Maya nacquero nell’odierno Guatemala e si svilupparono in città-stato senza mai formare un impero. Durante il Periodo Classico (317 d.C. - 987 d.C.) si spostarono anche in Chiapas. Nonostante il territorio impervio e l’impenetrabile giungla ebbero la fase di massimo splendore e fondarono città come la meravigliosa Palenque, chiamata la “Capitale dello Stucco”. Risparmiata dalla furia distruttrice di Hernán Cortés solo perché, quando passò a trenta chilometri di distanza era già stata abbandonata e inghiottita dalla giungla. La Piramide delle iscrizioni (692 d.C.) è l’unico esempio mesoamericano di piramide costruita per essere una tomba. La cripta contenente il sarcofago di Re Pakal (che regnò dal 615 al 683 d.C.) fu scoperta nel 1952, a 18 metri di profondità. Il sepolcro era coperto da una colossale lastra di pietra da 5 tonnellate (Lastra di Palenque). Il suo tesoro si trova oggi al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico. Esternamente la piramide si presenta parzialmente addossata ad un rilievo naturale anziché al centro della piazza ed è composta da 9 livelli sovrapposti con talud-tablero. Il nove era un numero sacro per i maya. La loro cosmologia era imperniata sull’albero della Ceiba o Albero Cosmico: le radici rappresentavano i 9 livelli dell’Inframondo (Xibalba), il livello del terreno era la Terra, la chioma simboleggiava i 9 livelli dei Cieli sopra ai quali stava l’Uccello-Serpente Piumato (Kukulkán). In cima alla piramide sta il Tempio delle Iscrizioni sulle cui pareti interne è inciso un lungo testo che, con 620 glifi, racconta 150 anni di storia della città: per questo la piramide è stata chiamata “delle iscrizioni”. Caratteristica della civiltà Maya era anche l’architettura palaziale. Ne è un ottimo esempio El Palacio di Palenque (metà VII - inizio VIII sec.). Presenta le tipiche caratteristiche monumentali come l’ampia piazza antistante, la piattaforma-podio che isolava l’edificio dal suolo (alta 10 metri, lunga 100 e larga 80) accessibile con una vasta e ripida scalinata, gli impianti idrici (con toilette) e i muri a pilastro ornati, in questo caso, da splendidi rilievi in stucco colorati (rosso per i sovrani, giallo per gli animali e blu per gli Dei). I colori si rifacevano ai 5 Punti cardinali che i maya avevano associato ai colori del mais: nord/bianco, sud/giallo, est/rosso, ovest/nero e centrale/verde o blu. La funzione di questo palazzo non è stata ancora chiarita. La torre di quattro piani - probabilmente un osservatorio astronomico - fa supporre che potesse essere la residenza del sacerdote ma non si esclude possa essere stata la residenza del sovrano. Caratteristici di Palenque sono i Tetti a capanna per riparare gli stucchi sottostanti dall’umidità. Costruiti in pietra secondo la forma rettangolare con due spioventi molto inclinati tipici della copertura in paglia della capanna maya. Sopra, al centro del tetto, si ergevano le cresterías: creste traforate come merletti e poi intonacate con stucco colorato. La loro funzione era puramente estetica, idonea ad alleggerire otticamente la forma tozza degli edifici. Per sostenerle occorreva, però, una struttura sottostante che scaricasse le forze del tetto. Dal momento che una copertura piana non avrebbe retto il peso delle cresterías i maya, per risolvere tali problemi non conoscendo l’arco, costruirono corridoi con volte a mensola e muri possenti che riuscivano a contenerne le spinte. Tali false volte, dette anche a sbalzo, sfruttavano la tecnica costruttiva aggettante, ossia il posizionamento progressivo delle pietre fino a ridurre il cielo della volta, chiusa, infine, con una chiave piatta. Con questa tecnica riuscivano perfino a creare falsi archi trilobati e a ricavare nicchie nelle volte per dare l’impressione di ampliare gli spazi interni, solitamente angusti e senza finestre (c’erano solo delle feritoie a “T” per la ventilazione o aperture quadrate di cm 20 x 20). La tecnica aggettante è una costante delle antiche civiltà, che, anche se non ebbero contatto tra loro, arrivarono alla stessa soluzione architettonica. Per esempio si ritrova nella galleria d’accesso al Palazzo reale di Tirinto in Grecia (XIV-XIII secolo a.C.), anche se la muratura consisteva in muri con pietre da taglio molto grandi rispetto alla galleria de El Palacio di Palenque. La muratura di quest’ultimo constava in muri di contenimento (con pietre da taglio lisciate) riempiti casualmente con ciottoli e malta (cemento) ricavata da una pietra calcarea fossile locale che, bruciata, produceva calce da usare sia per l’impasto atto a chiudere gli interstizi tra pietra e pietra che per l’intonaco con stucco di calce.
Proseguendo il viaggio, entrando nella penisola dello Yucatan, incontriamo città del Periodo Postclassico (987 - 1530) come Uxmal, chiamata la capitale del “barocco Maya”. Qui si nota bene l’evoluzione del sistema costruttivo aggettante della volta a mensola i cui muri di contenimento sono maggiormente curati sia nel taglio delle pietre sia nella maggior attenzione con cui sono state lisciate esternamente. Lo stile puuc (VI sec. - 900 d.C.) - che prende il nome dalla zona delle colline Puuc e identifica i Maya qui stanziati come Civiltà Puuc - ha come caratteristica proprio quella di costruire grandi complessi palaziali a base rettangolare con la parte inferiore spoglia e levigata. Al contrario, la parte superiore degli edifici presenta motivi molto elaborati, quasi “barocchi”, con mosaici di pietra che riprendono i disegni del dorso del Cascabel (il serpente a sonagli sacro ai maya) e le maschere del Dio Chaac (della pioggia, dell’acqua e del mais). Uxmal è, però, maggiormente conosciuta per la Piramide dell’Indovino: unico esempio maya a pianta ovale. Inoltre, non ha il talud-tablero ma presenta una scala con pendenza del 60%. Pur essendo un esempio atipico, fu costruita in fasi successive ed ha cinque livelli sovrapposti - di cui il più antico risale al 569 - e quattro templi. Fa parte delle cosiddette piramidi cinguettanti perché, battendo le mani alla base della scala, si sente un suono simile al cinguettio del quetzal: non è né un’eco né una riflessione o l’amplificazione dello stesso suono ma la produzione di un altro suono rispetto a quello di partenza. Era un espediente geniale utilizzato durante le cerimonie dal Sacerdote per evocare il Dio Kukulkán impressionando i fedeli.
A quest’ultima divinità è dedicata la piramide più famosa di Chichen Itza, anch’essa città del Periodo Postclassico ma caratterizzata dallo stile maya-tolteco a causa della migrazione tolteca verso lo Yucatan avvenuta nel X secolo. Anche la Piramide di Kukulkán (XI-XII sec) è cinguettante ma presenta quattro scalinate, una per ogni lato, con pendenza del 45% e soprattutto è un calendario maya di pietra. Ha 365 scalini e 9 livelli divisi dalle gradinate che formano 18 terrazzi rispettivamente quanti sono i giorni e i mesi dell’anno secondo il calendario maya solare e civile detto Haab o Anno Vago. I 52 pannelli lisci indicano, invece, l’incontro delle Ruote che rappresentano i due calendari maya: il calendario Tzolkin, religioso, che conta 260 giorni e lo Haab che coincide nello stesso giorno solo ogni 52 anni: numero sacro e motivo, come abbiamo detto, di rinnovamento architettonico. La piramide è nota in particolare per un fenomeno che tutt’oggi si ripete due volte l’anno. Durante gli equinozi di primavera e autunno, al tramonto, la luce del sole, battendo sul talud-tablero, proietta sulla scalinata un’ombra simile al Serpente Piumato (Kukulkán) che scende lentamente dall’alto del Tempio per fecondare la Terra. L’evento, emozionante, raduna migliaia di studiosi e appassionati affascinati dalla precisione con cui questa civiltà riusciva a prevedere gli eventi astronomici. Per questo taluni si chiedono cosa accadrà il 21 dicembre 2012: data indicata da un altro calendario maya, il Lungo Computo, con il quale si contano i giorni delle Ere Maya. Secondo tali calcoli, siamo nella IV Era iniziata il 13 agosto 3114 a.C. e che finirà, appunto, il 21 dicembre 2012. Tuttavia, gli indio maya odierni assicurano che quel giorno a noi così vicino non ci sarà la fine del mondo ma inizierà una nuova Era, così come avviene ogni 5125 anni. Quindi non disperiamo! Dalla piazza antistante la piramide inizia un Sacbé che porta al Cenote sacro della città. I maya erano anche grandi costruttori di strade con le quali collegavano i vari monumenti e le città-stato. Sui loro tracciati, oggi, sono state costruite strade e ferrovie. Erano delle massicciate sopraelevate ricoperte di stucco bianco, larghe da 4 a 20 m e lunghe sino a 300 km. I cenote, invece, sono dei pozzi formati dallo sprofondamento del terreno calcareo dello Yucatan. Questa penisola infatti, formatasi in seguito all’impatto dell’asteroide che colpì la Terra 300.000 anni prima della scomparsa dei dinosauri e il cui cratere (180 km di diametro) è ancora in parte visibile dal satellite, è priva di fiumi e laghi in superficie. L’acqua piovana, però, filtrata dal terreno poroso ha creato un vasto sistema fluviale sotto terra accessibile solo dai circa 2000 cenote presenti sul territorio. Tali pozzi erano la principale fonte d’acqua dolce per le popolazioni maya e per questo ritenuti sacri, oltre che ingresso dell’Inframondo. Chichen Itza ne aveva ben due: uno dava acqua alla città e l’altro - del diametro m. 60 e profondo 35 - era utilizzato per i sacrifici. Un altro edificio tipico delle civiltà precolombiane è lo sferisterio per il rito religioso del Pok-a-tok, il gioco sacro della palla. Chichen Itza ne aveva otto e, uno di questi, è il più grande del Messico (m. 168 x 70). Ha una straordinaria acustica e la tipica forma di una “I” maiuscola. Il campo da gioco simboleggiava la Terra mentre la palla di gomma era il Sole. I giocatori dovevano far passare la palla (dal diametro di 20 cm e dal peso 3 - 4 kg) in un anello di pietra - detto meta - posto sempre in verticale perpendicolare al campo (e in questo caso a otto metri di altezza). Potevano colpire la palla solo con polsi, gomito e anche. Se questa cadeva era come se venisse impedito al Sole di risorgere dalle tenebre, il giocatore veniva sacrificato e la sua testa esposta sul muro dei crani (tzompantli) come da usanza tolteca.
Affacciato sul Mar dei Caraibi si trova il porto maya fortificato di Tulum. Risale al X - XVI sec., periodo di decadenza appena precedente alla Conquista. Difeso su tre lati da mura spesse 5-8 metri, alte 5, con camminamenti e 5 porte, effettuava scambi commerciali di miele, sale, pesce e piume di quetzal tra Yucatan, Messico centrale, Honduras e Guatemala. Sul quarto lato è protetto dalla barriera corallina, la seconda più grande al mondo. Aveva un cenote e un piccolo golfo, oggi divenuto una spiaggia riserva per le tartarughe marine che vengono a deporre le uova da maggio a ottobre. Il Tempio degli affreschi risale al 1400-50 e si ritiene sia l’ultimo monumento costruito dai maya prima della Conquista. La Torre di guardia (detta El Castillo) a picco sul mare, sulla quale ardeva sempre il fuoco sacro, fungeva anche da faro e, infatti, fu avvistata per la prima volta dai conquistadores nel 1518. Tulum è ricordata anche per essere la culla della razza meticcia, nata qui dall’unione di uno spagnolo con un’indigena precolombiana.
Oggi è difficile trovare ancora indigeni puri, eppure i maya esistono tuttora e mantengono le diverse etnie e tradizioni. I Lacandoni, ad esempio, sono rimasti solo in 800 e vivono da secoli isolati nella Selva Lacandona in Chiapas. L’etnia Tzotzil, invece, è cattolica tradizionalista e vive nei villaggi indio di San Lorenzo Zinacantán e di San Juan Chamula sempre in Chiapas.
Infine ci furono gli Aztechi, la cui capitale dell’impero, dal 1325 al 1521, fu Tenochtitlán. Era una magnifica città galleggiante costruita su pali e isolette sia artificiali che naturali del Lago Texcoco nella Valle del Messico, ubicata a 2.300 metri di altezza e circondata da vulcani che raggiungono i 5.000 metri. Non era fortificata ma aveva ponti e strade sopraelevate retrattili in caso di assedio. La scelta del luogo in cui fu edificata ha a che fare con la leggenda azteca secondo la quale il popolo viaggiò per oltre trecento anni in cerca del posto che gli era stato predetto da Dio per edificare la loro patria. L’avrebbero riconosciuto da un’aquila posata su un cactus con un serpente tra gli artigli. Giunti sul lago Texcoco, su un isolotto videro questo segno e in quel punto edificarono la loro capitale chiamandola Mexico-Tenochtitlán ossia “in mezzo alla luna, sul luogo del fico d’India”. Al centro costruirono il Templo Mayor. Caratteristico per avere due templi gemelli sulla sommità accessibili con altrettante gradinate: uno, dipinto di blu, era dedicato al Dio della pioggia e l’altro, rosso, al Dio del sole e della guerra. Purtroppo, nel 1520, Hernán Cortés dopo aver sconfitto e ucciso l’imperatore Montezuma II, conquistò la città e ordinò di bruciarla e raderla al suolo. Sopra le macerie ricostruì, con le pietre di Tenochtitlán, la capitale della Nuova Spagna: Mexico. Oggi, al posto del centro cerimoniale azteco, si trova lo Zocalo di Città del Messico, la quarta piazza più grande al mondo (m. 220 x 24). Su di essa si affacciano il Palazzo Nazionale, eretto nel 1563 sul sito del Palazzo dell’Imperatore Montezuma II, la Cattedrale Metropolitana (1573 - 1813) e il Sagrario (XVIII sec.) nel cui giardino, il 17 dicembre 1790, fu ritrovata la Pietra del Sole, un monolito di basalto (dal diametro di m. 3,54 e dal peso di 24 t.) raffigurante la cosmologia e la teologia azteca. L’unico arredo urbano dello Zocalo è l’enorme bandiera messicana nella quale campeggia l’aquila della profezia. La stessa si trova anche sulle attuali banconote messicane. Anticamente, però, la moneta maya e azteca erano i semi di cacao e si racconta che Montezuma II, nel suo tesoro, ne aveva almeno un miliardo. Per questo Linneo, rispettando la tradizione precolombiana, secondo cui la pianta di cacahuátl venne “inviata dagli dèi agli uomini per alleviare le loro fatiche” nel 1753 attribuì alla pianta il nome di Teobroma cacao che significa “nutrimento degli dei”.
Laura Pederzoli
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Tag:aztechi, Caraibi, Chichen Itza, Intercultura e Turismo culturale, Istituto Italiano dei Castelli, Laura Pederzoli, maya, Messico, Palenque, San Juan Chamula, San Lorenzo Zinacantán, Tenochtitlán, Teobroma cacao, Teotihuacán, Tulum, Uxmal
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